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Approccio Cranio-Sacrale e il pianoforte… – Associazione MU – Cranio Sacral Training

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Approccio Cranio-Sacrale e il pianoforte…

Alla base dell’approccio Cranio-Sacrale c’è una visione olistica. Quando guardiamo a un essere umano, lo guardiamo sempre nella sua globalità, a partire da quella prima cellula formatasi dall’incontro di una cellula ovulo e di una cellula spermatozoo.

L’embriologia diventa un passaggio importante per capire lo sviluppo dei ritmi che impariamo a percepire nel lavoro C.S., che si chiamano Marea Lunga, Marea Media e Ritmo C.S., espressioni della Respirazione Primaria.

L’essere umano è visto nella sua globalità e nelle sue interconnessioni con il Tutto.

L’atteggiamento che apprendiamo durante un percorso di formazione C.S. diventa un atteggiamento col quale ci muoviamo nella vita: globalità e interconnessione.

Allora accade di leggere le cose più svariate, e di scoprire connessioni prima non immaginate. Quali le connessioni tra suonare il pianoforte e l’approccio C.S., ad esempio? Bene, leggendo il libro uscito qualche mese fa di Giovanni Allevi, il giovane e geniale pianista capace di regalarci tante emozioni, ne abbiamo trovata una particolarmente pregnante. Lui parla di suonare il pianoforte, chi di noi pratica il C.S. può usarla per percepire il movimento ritmico dei fluidi del corpo, chi non lo pratica può comunque apprezzare la bellezza di questo pezzo, che vi proponiamo, tratto dal suo libro:

L’ACQUA, LE MANI E LA TASTIERA

da “La musica in testa” di Giovanni Allevi

 

 

L’acqua, calma e limpida, riesce nella sua quiete a raggiungere i più remoti e bui interstizi. Con indifferenza sovrumana conquista qualunque spazio, totalmente, senza alcun gesto violento, senza intenzione, così, semplicemente; tutto può sommergere e coinvolgere nel suo naturale silenzio.

E ciò che da lei è conquistato, per nulla soffre del suo limpido abbraccio, anzi, quasi si conserva nel cristallino nitore: guadagna trasparenza e leggerezza.

La calma acqua fatta di umili goccioline riposa in oceaniche grandezze.

Noi dobbiamo trasformare le nostre mani, avambracci e dita, in acqua.

Per far ciò, è necessario prima di ogni cosa immedesimarsi nella sua caratteristica peculiare: la passiva e calma indifferenza.

Così le dita non servono più, perdono la funzionalità e il senso di appartenenza; non sono più mie, ma della leggerezza che mi circonda. Questo è un atteggiamento fisico e prima ancora mentale: lasciar fare, lasciar essere, lasciar danzare, fare silenzio e ascoltare.

Se vuoi proprio ascoltare qualcosa, c’è il tuo respiro, che da anni ingloba in te fluido elastico.

Ogni tensione muscolare, residuo di durezza solida, lascia spazio alla fluidità liquida, che è essenzialità dei movimenti, lentezza e velocità e, come per incanto, le dita trovano il loro posto ideale fra i tasti, la giusta distanza, il giusto peso, come l’acqua preme allo stesso modo un fondale sconnesso.

I tasti si lasciano accarezzare e tutti sono ugualmente raggiunti; non c’è più competizione fra tastiera e dita, non più conflitto, ma calda intesa cui seguirà un’inesorabile azione.

Tale divina condizione è appesa a un filo di seta sottilissimo, basta la forza del più piccolo dei pensieri per spezzarlo… ma è in questa direzione che dobbiamo andare.

 

Un giorno avevo preso una piccola rana e mentre ne osservavo incuriosito le stranissimi fattezze, è saltata via dalla mia mano per cercare rifugio in un anfratto pieno di oggetti; per ritrovarla ho seguito con lo sguardo ogni punto, freneticamente, senza risultato. Prima di abbandonare l’impresa, ho pensato di osservare il luogo con sguardo immobile, senza concentrarmi su un unico punto, ma cercando di cogliere la totalità indistinta dell’immagine che avevo davanti.

Ora, nella grande foto piena di oggetti inanimati, un particolare reclamava attenzione, per il semplice fatto di essere l’unico in movimento: la rana.

 

Noi sottovalutiamo la potenza della passività; e ci ostiniamo a opporre la nostra energia a quella dell’intero universo.

Invece, se impariamo a fare silenzio, saremo in grado di cogliere l’eterna danza che ci circonda.


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