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INCONTRARSI NELL’E’-SSERE – Associazione MU – Cranio Sacral Training

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INCONTRARSI NELL’E’-SSERE

INCONTRARSI NELL’E’-SSERE

di Ganga Cording

Mentre valutavo cosa scrivere sulla terapia stavo lavorando i giardino, e ho visto che la terapia è come scoprire i fiori, le fragranze, e le spine, che sono così spesso nascoste fra una fitta giungla di erbe. Terapia è trovare una strada verso questi fiori, fragranze e spine – le risorse e i tesori che riceviamo dalla natura – che sono perse nella giungla della mente.

Cosa succede in una situazione terapeutica soddisfacente? Connessione, rilassamento, fare amicizia con ciò che è, riscoprire risorse, fare esperienza diretta, e finalmente muoversi verso uno spazio di meditazione insieme. Non c’è separazione fra il senso di chi è di più o di meno fra cliente e terapista. Il lavoro è fatto…incontrarsi nell’Un-ità e nell’E’-ssere.

Ma normalmente la persona ha un problema che vuole risolvere o di cui vuole liberarsi. Mette il terapista più in alto di sé stesso e spera che l’abilità o l’intuito del terapista possano guarirlo. Vorrebbe andare fuori a pranzo e tornare quando tutto è stato fatto, come si porta la macchina dal meccanica e la si torna a prendere più tardi. Ma in questo modo non imparerà mai come cambiare una ruota o controllare l’olio – che vuol dire che non imparerà a prendersi la responsabilità e ad usare gli strumenti che in realtà possiede.

Per il terapista, una delle prime cose a cui deve arrivare in una situazione terapeutica è: “Tu non sei il tuo problema dal momento che puoi averlo. Hai delle scarpe, ma non sei le tue scarpe. Te le puoi mettere e te le puoi togliere. Sono state acquistate a un certo punto, e nessuno sa per quanto tempo le indosserai. Ma se diventano troppo piccole o fanno male, perché continuare a indossarle? Lo stesso vale per le abitudini, le convinzioni, le strategie, e i condizionamenti.”

L’essere è intatto e intero, qualunque sia il problema. Quindi la propria dignità non è minacciata; in terapia c’è solo bisogno di guardare al modo in cui la mente lavora. Veramente è più di un semplice processo di guardare; è fare amicizia con la mente e con sé stessi.

Dico ai miei clienti: “Tu conosci te stesso meglio di me. Si, un paio di occhi in più possono essere utili, ma la responsabilità resta tua. La buona notizia è che hai tutto ciò di cui hai bisogno per essere te stesso. La cattiva notizia è che puoi avere delle abitudini, delle strategie, delle convinzioni, che probabilmente sono controproducenti al tuo processo di ri-diventare te stesso. Se vuoi, possiamo guardare dentro a questo insieme.”

Poi ascolto, aspetto, mi riposo in me stessa.

Essere un cliente è anche più facile, come ho scoperto recentemente durante una sessione. Dopo aver presentato il punto in questione, tutto quello che dovevo fare era prendere il suggerimento dato e provarlo. Non avrei chiesto di ricevere una sessione se non mi fossi sentita con le spalle al muro, quindi cosa avevo da perdere? La mente era dubbiosa, ma la pancia si sentiva avventurosa. Ed ha funzionato! Il risultato non solo era buono, ma era doppiamente soddisfacente per me in quanto il terapista era stato un mio allievo. Semplicemente restando presente e restando sé stesso, seguendo il suo intuito, mi ha fatto bene.

Terapia è sempre un incontro intimo fra due esseri, anche se l’incontro avviene in un setting di gruppo. Solo in amore e in fiducia l’apertura accade, e senza apertura niente accade. Apertura è la responsabilità di ognuno di noi; nessuno può farlo per noi. E qualsiasi cosa sia la responsabilità, la libertà non ne è lontana.

Gli ingredienti principali della terapia sono: fiducia, un si a ciò che è, non cercare un cambiamento, e fare amicizia con i fatti dell’adesso. Ma come posso fare questo? In realtà, è molto semplice: nel ruolo di terapista io ascolto, io mi rilasso, io aspetto fino a che qualcosa si anima dentro, e dopo mi muovo con esso – senza sapere dove porterà, senza nessuna idea di come sia connesso con il punto in questione. E’ come essere portati a fare una passeggiata. Questa maniera di lavorare è eccitante e fresca, e l’attenzione resta più col processo che con la questione che è stata presentata. Porto riferimento al contenuto come a un ponte verso l’esperienza diretta.

Per esempio, se qualcuno si sente annoiato, bloccato, o arrabbiato, io chiedo: “Come sai che sei arrabbiato, annoiato, bloccato? Quali sono gli indizi nel tuo corpo? Come ne fai esperienza, realmente?” Quando la persona si connette con la reale esperienza – che è di per sé una rivelazione per molte persone – è una partita interamente nuova. Fascino per ciò che è emerge, e la lotta diminuisce; la noia diventa eccitazione; il blocco si trasforma in qualcos’altro; e la rabbia non è più così minacciosa o rasente la follia. Un’amichevolezza inizia ad accadere. Più volontà ad essere con ciò che è emerge. Radicamento in sé stessi inizia a crescere. E dall’altro lato, provare a cambiare la situazione, sé stessi o l’altro, retrocede sullo sfondo e diventa meno importante.

Così, da parte del terapista c’è azione ma anche rilassamento in sé stesso. Da parte del paziente c’è uno spostamento dal problema all’essere,dalla periferia al centro. La persona torna a casa attraverso la connessione con i suoi sensi ed il suo essere. Il problema originario sembra diverso quando questo ancoraggio all’essere accade. E’ più facile vedere che le parti dolorose o disturbanti del problema originano dall’interpretazione dei fatti nella mente e non dai fatti in sé stessi.

Mentre sono nel ruolo di cliente ho bisogno di presentare i miei problemi senza pretese, e il più chiaramente e il più apertamente possibile. Poi ho bisogno di ascoltare ed essere disponibile a suggerimenti, anche se la mente obbietta, di essere disponibile a ciò che salta su interiormente, avendo fiducia nel processo interiore anche se non c’è un risultato immediato o una soluzione.

Quindi in entrambe le posizioni – per il terapista così come per il cliente – essere disponibili al momento, farsi da parte, ed essere aperti a tutto ciò che è, crea il clima per la trasformazione. Le posizioni di cliente e di terapista sono abbastanza intercambiabili, a parte per la parte economica – anche se a volte penso che dovrei pagar io il cliente perché è talmente un buono specchio per me!

Negli anni mi sono trovata ad essere sempre più rilassata. Non mi sento cattiva o irresponsabile se non faccio niente di concreto. In passato tendevo ad essere dura con me stessa se non sapevo la risposta, e mi esaurivo nel tentativo di trovarla. Adesso, se niente si anima dentro, aspetto e non faccio niente. E ho fiducia nelle mie intuizioni. E’ magico! Così spesso ciò succede al momento giusto. E quando il momento è giusto le cose si sistemano quasi da sole. Anche con tutti i miei sforzi non sarei mai stata in grado di immaginarlo. Aver fiducia è molto più facile – e non richiede lavoro.

Buona terapia per me significa provvedere uno spazio dove terapista e cliente possono essere sé stessi in amore, dove possono lasciarsi affascinare dal mistero unico che sono e ri-scoprire le proprie risorse. “Provvedere uno spazio” non è proprio giusto, dal momento che lo spazio esiste già. E’ più riposarsi in esso insieme, e poi tutto succede – quasi – da solo. E’ più come incontrarsi in meditazione.

 

gangasat@gmx.net

www.satori-retreat.com

 

Ganga Cording è laureata in psicologia e ha condotto per moltissimi anni ritiri di meditazione zen (Kyol Che). Dal 1975 guida i gruppi “Who is in?” e “Satori”.


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